Corte Dosso Kelder (XVIII – XIX secolo) – Gazzo comune di San Giorgio-Bigarello
Il toponimo “Dosso” è frequente nel territorio del comune di Bigarello e deriva dal latino dorsus indicando la presenza di una sopraelevazione nel terreno rispetto al piano di campagna circostante. Corte Dosso Kelder, come evidenziato nella cartografia del Catasto Teresiano della seconda metà del Settecento, è stata individuata, sino alla metà del XIX secolo, dal toponimo “Corte Dosso Cadè” che è attribuito anche all’altra ampia proprietà che si trova a breve distanza, sempre in via Roma, verso il confine ovest.
Entrambe le costruzioni sono infatti parte di un ampio fondo agricolo che nel XVI secolo è della Compagnia di San Filippo Neri di Mantova.
A partire dalla metà del XVIII secolo, in seguito alle soppressioni degli enti ecclesiastici decise da Maria Teresa d’Austria e dal figlio Giuseppe II, la Compagnia di San Filippo Neri è costretta a vendere in modo frazionato le proprie terre
Nel 1763 La Compagnia vende anche la proprietà oggi conosciuta come Corte Dosso Kelder che verrà acquistata da due soci: Lorenzo Maschera ed Ercole Pagliari. Lo stesso anno Maschera cede la propria quota a Francesco Bosiza o Bozzizza di origine veronese che, dopo pochi anni, nel 1771, acquisirà anche la parte di Ercole Pagliari.
Bosiza, come aveva fatto qualche anno prima, nella vicina proprietà, Francesco Galeotti, inizia un ambizioso progetto di ammodernamento del fondo agricolo e delle strutture produttive esistenti.
La campagna è da subito convertita alla produzione del riso con importanti interventi di livellazione dei terreni e di approvvigionamento idrico. Sono così scavati canali, realizzate lunghe arginature e creati manufatti idraulici per il controllo delle quote dell’acqua che permetteranno in pochi anni di arrivare a importanti livelli di produzione. A confermare i buoni risultati raggiunti da Bosiza e il suo spirito imprenditoriale c’è, nel 1772, la costruzione della nuova pila le cui strutture sono ancora esistente. Il Bosiza muore nel 1788 lasciando la proprietà alla figlia Santa.
Alla morte di Santa Bosiza, nel 1825, la proprietà passa al marito Giovanni Marangoni e successivamente, nel 1833, ai figli Francesco, Antonio e Giuseppe.
Quest’ultimo passaggio lascerà un segno profondo nella storia della corte che si manifesta anzitutto nella trasformazione del toponimo identificativo. Da Dosso Cadè si passa infatti a Dosso Kelder che ancora oggi è il nome che individua la proprietà.
I fabbricati della corte sono oggetto inoltre di una profonda trasformazione. Nel 1854 è abbattuta la costruzione in linea, posta ad ovest dell’aia, entro cui si trovavano le abitazioni e i granai censiti nel Catasto Teresiano di fine Settecento.
In sostituzione delle precedenti strutture è costruita l’attuale casa padronale composta da un fabbricato centrale a pianta quadrata e da due ali laterali simmetriche. La nuova costruzione è contraddistinta da superfici lisce e da un ritmo regolare di finestre rettangolari segnate da sottili cornici rettilinee. Il nuovo palazzo padronale realizzato da Giovanni Emi Kelder è circondato da un vasto terreno di pertinenza destinato a giardino e brolo. Negli anni successivi, in ragione di questo spazio a verde circostante, la nuova costruzione sarà indicata come villa così da distinguerla dall’altra porzione di proprietà destinata all’attività agricola.
In posizione perpendicolare rispetto alla casa padronale, Giovanni Emi Kelder commissiona la costruzione di un secondo fabbricato con al centro una rimessa per cavalli e alle estremità due distinte abitazioni. Gli interventi di ammodernamento promossi dalla nuova proprietà riguardano anche la parte produttiva della corte. Nel 1867 infatti su un lato dell’aia, dalla parte opposta rispetto alla pila, è realizzata una capiente stalla per i buoi munita di portici e di fienile. Una targa marmorea posta nel timpano del fabbricato, sotto il rosone con gelosia di mattoni, sul fianco rivolto verso la casa padronale, riporta la seguente scritta: “GIOVANNI EMI KELDER FECE ERIGERE L’ANNO 1867”.
L’unico figlio di Giovanni Domenico Emi Kelder è Achille Antonio ricordato nella storia del Risorgimento come il delegato mantovano che il 3 ottobre 1866 funge da intermediario nel passaggio dalla Francia al Regno d’Italia dei territori del Veneto e di Mantova. Achille Antonio premuore al padre nel 1867 così che viene destinato come erede della corte il cugino Ciro Barbetta purché assumesse anche il cognome Emi.
Giovanni Domenico Emi Kelder muore il 7 dicembre 1882. Nel suo testamento del 9 febbraio 1879 tra i generosi lasciati ci sono anche tre stabili e 4000 lire di rendita che egli dispone sia destinati alla realizzazione di un asilo per l’infanzia. L’asilo istituito in Corpo morale, che ancora oggi porta il suo nome, è inaugurato nel 1884 dopo che, il 13 gennaio dello stesso anno, il Re Umberto I aveva confermato lo statuto proposto e aveva autorizzato il Comune di Mantova ad accettare il lasciato in quanto ritenuto congruo al mantenimento della struttura.
La scomparsa di Giovanni Domenico Emi Kelder non arresta il processo di ammodernamento della corte. Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento è realizzato il nuovo granaio con annesse abitazioni. Si tratta del fabbricato con portico che delimita l’aia sul lato nord.
Nel 1907 il fondo Kelder è acquistato da Alessandro Nuvolari e nel 1933 passa alla Società Agricola Mantovana rappresentata dall’ingegnere Mario Rosini. Immediatamente dopo la guerra è acquistata da una famiglia di Mantova.
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