Le prime notizie certe sul maniero risalgono all’845. Considerata la sua importanza strategica, fu più volte assediato e conquistato ad iniziare dal 1256 quando Ezzelino da Romano lo diede alle fiamme.
Ritornato poi in possesso dei Signori di Pergine, il feudo divenne preda di Mainardo II del Tirolo alla fine del ‘300. Fu in seguito occupato dai padovani per ritornare nelle mani dei tirolesi. La perdita del valore strategico del maniero indirizzò la sua lenta trasformazione in residenza di prestigio; l’intervento più radicale ebbe inizio nel 1503 e proseguì fino al 1523. Nel 1531 Bernardo Clesio, principe e vescovo del Principato Vescovile di Trento, entrò in possesso del castello e della sua giurisdizione che rimase per molti secoli prerogativa della
Chiesa Tridentina. Il territorio di Pergine fu governato da capitani vescovili appartenenti a nobili famiglie, quali i Firmian, i Madruzzo, i Wolckenstein; fino a giungere a Giuseppe Antonio Girardi, ultimo funzionario vescovile dal 1795 al 1805.
In seguito alla soppressione del Principato Vescovile di Trento, il castello passò alla Mensa Vescovile di Trento che lo affidò a famiglie di contadini: risalgono a questi anni la dispersione e la rovina dei beni conservati nel maniero e la distruzione di alcune strutture architettoniche. Nel 1905 fu venduto ad una società tedesca che iniziò un azzardato intervento di restauro, interrotto d’autorità nel 1913. Dopo la seconda guerra mondiale il castello fu acquistato dal Comune di Pergine che lo vendette nel 1956 a dei privati che lo adibirono ad albergo e ristorante.
Le antiche pietre del castello conservano segreti e leggende. Come quella incentrata sulle apparizioni in una stanza del palazzo di una misteriosa donna vestita di bianco; o come quella, più atroce, legata alla pena cui erano costretti alcuni prigionieri: in una cella, in cui da un foro nella volta una goccia d’acqua cadeva con regolarità inesorabile, i condannati, incatenati e con la testa immobilizzata, morivano tra atroci dolori.
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